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Covid-19/Fase 2. Scuola dell’infanzia: un braccialetto elettronico per distanziare i bambini? Un coro di “NO”

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Tra le risposte più efficaci alla pandemia da SARS-CoV-2, almeno in termini di resilienza, c’è indubbiamente quella fornita dal mondo della scuola. Oltre a rappresentare un asset fondamentale per qualsiasi moderna democrazia, i tanti attori che calcano quel palcoscenico, sempre un po’ bistrattato dall’opinione pubblica, hanno dimostrato una capacità quasi camaleontica nel reinventarsi, adattandosi al difficile momento storico e assicurando a studenti e famiglie la continuità didattica (a distanza) necessaria al tempo del Covid-19.

Ora, tralasciando per un attimo gli studenti che si apprestano ad affrontare la più inedita delle maturità, la sfida che attende la scuola ha un orizzonte temporale di qualche mese. Ovvero, riprendere le attività didattiche frontali dopo l’estate. Ok, ma come? Variabili e aporie si sprecano, così come, d’altro canto, il grande dinamismo e la capacità di visione degli attori coinvolti.

In tutto il Paese sono nati o stanno nascendo tavoli tecnici per immaginare il futuro del “comparto”. Tante proposte sono state messe in campo, e il paradigma che ne compendia la cifra può (forse deve!) rappresentarne anche una nuova epifania.

In buona sostanza, la scuola ripartirà costruendo nuove impalcature a partire dalle sue solide fondamenta, nell’intento di sfruttare l’occasione, con coraggio e determinazione, per attualizzare metodi e programmi, per mettersi al passo coi tempi che cambiano a velocità inimmaginabili fino ad un solo decennio fa.

Negli ultimi giorni, una delle tante idee per garantire ad allievi e docenti una ripartenza settembrina in sicurezza è arrivata da una scuola dell’infanzia di Castellanza (Varese), e nel giro di poche ore è stata rilanciata dai media nazionali fino ad approdare, il giorno dopo, su alcuni TG, e da lì nei palazzi della politica italiana.

Secondo alcuni rumors, sarebbero già diversi i parlamentari che si stanno impegnando nella scrittura di interpellanze da presentare in aula non appena i lavori di Camera e Senato ne permetteranno la discussione.

Un braccialetto elettronico anti Covid per bambini

La proposta è quella di dotare i bambini della scuola materna di braccialetti elettronici che vibrano e si illuminano appena i piccoli si avvicinano troppo ai loro coetanei, ma anche alle maestre. Lo stesso dispositivo potrebbe essere poi agganciato ad un’app per l’eventuale tracciamento di casi sospetti. Per giustificarne l’adozione, il dirigente scolastico assicura che l’uso del braccialetto verrà spiegato ai più piccoli come se si trattasse di un gioco, in modo da preservare l’equilibro emotivo/affettivo e scongiurare l’insorgenza di ansie e preoccupazioni.

Presentata come una sorta di rivoluzione copernicana dagli effetti salvifici per i “cuccioli di uomo”, è stata immediatamente e trasversalmente osteggiata da tante maestre, pedagogisti, psicologi e addetti ai lavori. Abbiamo chiesto una battuta a Maria Teresa Furci, provveditore agli studi della Provincia di Biella (e Cuneo). Il suo commento è stato tanto chiaro quanto lapidario: «Il fine non giustifica il mezzo».

Più articolato, ma altrettanto ostativo, il parere dello psicologo clinico Domenico D’Amico: «Se è vero che il valore di una società può essere stabilito dallo sguardo che essa stessa ha verso i propri bambini, la nostra si sta rivelando un albero senza radici, dove le nuove foglie mancano della linfa necessaria a poter crescere. Tra l’avere e trasmettere una amorevole distanza anziché una paurosa distanza ci vuole coraggio in questi tempi, tempi in cui c’è il pericolo che si riversi sui bambini la confusione degli adulti. La domanda che sorge spontanea è come un braccialetto possa insegnare ad avere un’amorevole distanza, come un suono elettronico possa essere educativo, come possa non trasmettere esclusivamente la paura dell’altro che si avvicina troppo. Avere un braccialetto che segna fin dove ci si può spingere può essere rassicurante per un genitore ma spesso per rassicurarci paghiamo un prezzo altissimo».

«Si dice che questo braccialetto verrà spiegato come un gioco – continua lo psicologo -, evitando qualsiasi rischio di ansie… Se non è ancora abbastanza chiaro, l’ansia gliel’abbiamo già creata da due mesi e mezzo a questa parte non pensando a nessuna soluzione per i bambini, non pensando a quello che hanno colto in questo frastuono, a quello che hanno emotivamente respirato. Ora gli si chiede di stare a distanza attraverso un braccialetto, gli si chiede insomma di cambiare drasticamente la loro naturale inclinazione al contatto. È solo un gioco, dopotutto, stare a un metro di distanza? È solo un gioco sentire un braccialetto vibrare se sei troppo vicino a qualcun altro, solo un gioco se l’altro si avvicina troppo? Cosa si vince e cosa si perde? E chi non vuol giocare? Questo per dire che molto probabilmente, al di là del braccialetto, qualcosa di questa esperienza rimarrà nei bambini. Speriamo solo che non rimanga troppo a lungo all’interno della loro mente. La vera speranza, però, è che la mania di controllo che ci pervade possa non soverchiare il prezioso dono della scoperta, che la vicinanza possa essere ripensata anche nella distanza».

Non sono dissonanti rispetto a quelle del collega le riflessioni della dottoressa Molly Vinci, psicologa infantile: «Se io mi avvicino a un altro bambino, cosa succede? Il braccialetto si illumina e vibra, quindi scatta una proibizione. Sul piano emotivo, questo meccanismo ha un impatto negativo che riverbera su due livelli: quello emotivo, appunto, ma anche quello corporeo. Quest’ultimo è quello che mi preoccupa di più, perché le memorie corporee sono le più profonde che abbiamo, le più antiche. Quelle che poi non vengono filtrate dalla coscienza e si fissano nel sistema limbico, nell’amigdala in particolare, dove sedimentano tutte le emozioni negative legate alle minacce. E visto che siamo in un momento di minaccia per la nostra salute, il rischio è quello dell’interiorizzazione. Tra l’altro proprio in un periodo della crescita dei bambini (3-5 anni) in cui si interiorizzano le prime norme sociali, quindi i primi divieti. L’altra riflessione che ho fatto è legata al gioco: è importante che non ci sia una sovrapposizione di messaggi opposti. Per i bambini il gioco è un a cosa bella, ma se vedono che mentre stanno giocando la maestra si preoccupa, o si arrabbia, vivono due emozioni contrastanti: stiamo giocando o no? Il rischio è che in questo modo il gioco possa in qualche modo diventare una cosa brutta…»

Anche Gabriella Bessone, assessore all’Istruzione del Comune di Biella è apertamente contraria: «Sembra di trattare i bambini come piccoli condannati, con risvolti di tipo psicologico tutti da verificare. Fino ad ora, nel corso dell’emergenza Covid, le loro necessità di socializzazione e di sviluppo psico-fisico sono state quasi completamente trascurate, mentre i bambini hanno una grande necessità di tornare all’aria aperta, di giocare con i loro coetanei, di socializzare e scaricare le tensioni accumulate in casa. Come Amministrazione, stiamo cercando di garantire il distanziamento diminuendo il rapporto maestre/bambini, in modo che ogni educatrice abbia meno piccoli allievi da seguire. In questa direzione, abbiamo già interpellato la Regione Piemonte per chiedere stanziamenti ad hoc. Lo stesso discorso vale, evidentemente, anche per i centri estivi: stiamo aspettando che vengano diramate le linee guida dall’Anci e dai vari soggetti istituzionali preposti. Ma su questo argomento avremo sicuramente modo di tornare nei prossimi giorni, perché il Comune di Biella è sempre molto attento alle necessità dei bambini e delle loro famiglie».

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