Museo del Territorio Biellese. Cercasi disperatamente “paraboloide”: smantellato per “Monet+Van Gogh” tornerà al suo posto?

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Non è sicuramente in buon momento per l’assessore alla Cultura, Eventi e Manifestazioni, Innovazione Tecnologica del Comune di Biella, Massimiliano Gaggino (come d’altra parte non lo è per i suoi colleghi di giunta, compresi quelli che dell’esecutivo cittadino non fanno più parte).

Dopo aver fatto arrabbiare i partner di Agenda Digitale Biella, che hanno sollecitato una risposta da parte della presidente Fulvia Zago e inviato un comunicato stampa a tutti i media biellesi, un’altra vicenda poco chiara emerge dalle rimostranze di Marziano Magliola, ex amministratore locale e appassionato d’arte, da sempre attento e arguto osservatore di quanto accade in città.

L’ex presidente (dal 1997 al 2000) dell’allora ATL di Biella ha sollevato una questione in grado di toccare le corde di ogni biellese che abbia visitato il Museo del Territorio negli ultimi vent’anni. Fino a non molto tempo fa, infatti, ad accogliere i visitatori, quasi come se fosse un vero e proprio biglietto da visita, c’era un’imponente e molto coreografica installazione, nota ai più con il nome di “paroboloide” (foto qui accanto).

Mostra nella mostra, il paraboloide era il primo tassello di un percorso museale che si dipanava tra le sezioni permanenti (storico-artistica e archeologica) e le esposizioni temporanee. Raffigurava, con la sua forma sinuosa e semi-avvolgente, un’antica carta geografica militare del Biellese. Era, in definitiva, un simbolo fortemente identitario, in grado di fornire coordinate “spazio-temporali” sia ai forestieri che agli stessi biellesi non troppo avvezzi alla geografia locale.

Signor Magliola, iniziamo a spiegare ai lettori di Bi.T che cos’è, o era, il paraboloide del Museo del Territorio Biellese?
Viene comunemente definito “paroboloide”, ma in realtà si tratta di una sezione di cilindro nella quale troviamo riprodotto il nostro territorio, rappresentato nella stesura ufficiale, dopo l’Unità d’Italia, dai geografi dell’Istituto Geografico Militare. Non so se sia più corretto dire che era, o è ancora, suddiviso in riquadri di 1 metro x 1 metro, che, nella riduzione in scale, corrispondono a circa 25 km²: in ogni riquadro vi sono 25 piccoli quadratini di 20 cm x 20 cm. E ogni quadratino corrisponde a 1 km².

Perché, a suo avvisto, è importante nell’economia museale?
Non è solo importante, ma è fondamentale per il Museo del Territorio, perché rappresenta la filosofia che l’ha ispirato. Come diceva Andrea Emiliani, uno dei massimi esperti di museografia: “Entrando in un Museo del Territorio, la prima emozione che incontriamo è… il territorio”. Smantellare il paraboloide, significa privarlo del suo biglietto di visita. Significa eliminare uno strumento fondamentale per la sua conoscenza. Per fare un esempio, che cosa sarebbe la Venere degli Stracci di Michelangelo Pistoletto senza… gli stracci? Non si capirebbe nulla dell’opera del grande Maestro biellese dell’Arte povera.

Chi ha deciso lo smantellamento?
Premesso che l’allestimento del MdT, incluso il “paraboloide”, è stato approvato all’unanimità dal Consiglio comunale con una delibera del 7 novembre 1984, ritengo che lo smantellamento dovesse essere quanto meno discusso nella stessa aula e sottoposto all’approvazione dello stesso organo consiliare. Non ho ben chiaro se la decisione sia un’iniziativa dell’assessore Gaggino, o se lui abbia avuto un mandato e da chi. In ogni caso, si tratta di un atto gravissimo perché rinnega la filosofia stessa del Museo del Territorio e stravolge le linee guida iniziali. Per chi vuole approfondire: “Una filosofia per il Museo del Territorio Biellese”, edito dal Comune di Biella.

Recentemente l’assessore Gaggino ha esposto le sue idee per “un nuovo percorso” all’interno del MdT, che cosa ne pensa?
Non abbiamo nemmeno concluso quello “vecchio” e già si parla di un nuovo percorso. Ricordo all’assessore che non è stato ancora completato il progetto che prevedeva il collegamento tra la Palazzina Piacenza e il Museo, la creazione di una sala interrata per esposizioni, con ingresso ipogeo nell’area adiacente alla palazzina. Trovo quanto meno bizzarro che ad ogni mostra si debba “sbaraccare” una parte dell’allestimento museale per fare posto a quadri e installazioni.

L’assessore alla Cultura, per il nuovo corso del Museo, punta alla multimedialità, a partire dalla mostra attualmente in corso “Monet + Van Gogh”. Come giudica questo nuovo indirizzo?
La mostra di arte virtuale che si può ammirare nelle sale del MdT fa parte, come tante altre, di pacchetti preconfezionati che nulla hanno a che fare con la conoscenza del territorio. Si parla di multimedia come la strada giusta da percorrere. In un mio recente articolo ho messo in guardia l’assessore dai facili entusiasmi sulle nuove forme di promozione dell’arte.

In che senso “facili entusiasmi”?
Mi spiego subito meglio. Il Museo Multimediale del ‘900 di Mestre, meglio conosciuto come M9, è la dimostrazione che non è questa la strada da percorrere. La Fondazione di Venezia, proprietaria di entrambi gli edifici, ha dovuto cedere al miliardario Nicolas Berggruen la Casa dei Tre Oci, alla Giudecca, per ripianare i debiti del M9. E se non decolla in una realtà come Venezia … lascio a voi, e ai lettori, le conclusioni.

Ad oggi, l’unica cosa certa è che il paraboloide è stato smontato per fare posto alla mostra virtuale “Monet + Van Gogh”, che si concluderà il 5 dicembre prossimo. L’auspicio è che la vecchia carta geografica militare del territorio possa tornare ad occupare il posto che merita e ad accogliere visitatori provenienti da ogni dove.

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